Studio Legale Campiotti Mastrorosa

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Diritto Civile

La nomina dell’amministratore di sostegno

TRIBUNALE DI VARESE, Decreto del 04.03.2024

La capacità di agire è definibile come l’attitudine di un soggetto a compiere manifestazioni di volontà che siano idonee ad acquistare ed esercitare diritti e/o assumere obblighi.

La capacità di agire si acquista, salvo ipotesi particolari per cui è richiesta una diversa età, al momento della maggiore età e perdura – di regola – sino al momento della morte.

Nel corso della vita d’un soggetto, però, possono intervenire alcune cause che modificano la capacità di agire, limitandola od escludendola.

Sul punto, l’ordinamento prende in considerazione casi in cui un soggetto non è più in grado di compiere alcun tipo di atto, ed allora si ha riguardo alla c.d. incapacità assoluta di agire (tali sono i casi di: minore d’età, interdizione giudiziale ed interdizione legale), e circostanze in cui, invece, un soggetto è in grado di compiere solo alcuni atti, ed allora si ha riguardo alla c.d. incapacità relativa di agire (tali sono i casi di: emancipazione ed inabilitazione).

Di fronte alla – eventuale – perdita della capacità di agire, assoluta o relativa, l’ordinamento ricollega degli istituti c.d. di protezione, creati nell’interesse del soggetto incapace, che gli consentano, in diversa misura, l’esplicazione di attività giuridica che, altrimenti, gli sarebbe preclusa.

Al fine di sacrificare il meno possibile la capacità di agire, salvaguardandone maggiormente la libertà di autodeterminarsi, ed al fine ulteriore di potersi avvalere d’uno strumento dal contenuto non predeterminato ma parametrabile alle effettive esigenze del caso concreto, è stato introdotto nel 2004 l’istituto (di protezione) dell’amministrazione di sostegno, atto a tutelare le persone prive – in tutto o in parte – di autonomia.

A differenza dell’interdetto o dell’inabilitato, il beneficiario dell’amministrazione di sostegno conserva la capacità di agire per tutti gli atti che non richiedono la necessaria rappresentanza o assistenza dell’amministratore di sostegno, e ciò alla luce delle specifiche necessità vagliate caso per caso dal Giudice Tutelare.

Pertanto, colui il quale sia incapace di provvedere ai propri interessi a causa di infermità, anche parziale o temporanea, ovvero di menomazione fisica o psichica, può oggi ricorrere al giudice tutelare affinché nomini, con decreto, un amministratore di sostegno. Quest’ultimo può essere o già individuato dal beneficiario (anche preventivamente con atto pubblico o scrittura privata autenticata), ovvero, in mancanza di indicazioni e/o in presenza di gravi ragioni, scelto direttamente dal giudice.

La figura dell’amministratore di sostegno presenta un peculiare vantaggio: allo stesso potrebbero essere anche attribuiti poteri di rappresentanza relativamente alle scelte sanitarie da intraprendere. Con riferimento ai compiti specifici dell’amministratore di sostegno in ambito sanitario, infatti, la giurisprudenza ha affidato a tale figura quello di manifestare il consenso ai trattamenti sanitari e terapeutici.

Con specifico riguardo ai presupposti per la nomina, lo Studio Legale Campiotti Mastrorosa ha patrocinato un procedimento che si è concluso con il decreto del Tribunale di Varese del 04.03.2024, con il quale è stato sancito che non è sufficiente la sola anzianità, malattia o disabilità d’un soggetto per rendere necessaria (ma nemmeno opportuna) la richiesta di nomina dell’amministratore di sostegno.

Diversamente, infatti, qualunque malato, anziano o disabile dovrebbe ricorrere alla nomina dell’amministratore di sostegno, così istituzionalizzando e burocratizzando un istituto che comporta comunque vere e proprie limitazioni alla capacità di agire delle persone. Pertanto, tale misura di protezione sarebbe ricorribile nei soli casi in cui si riscontri, in concreto, al di là dell’età, della malattia o della disabilità, anche una concorrente sensibile riduzione della capacità di agire.

Nel caso in esame, nell’ambito della audizione del soggetto interessato, obbligatoria ex lege ai sensi dell’art 407 c.c., questi dichiarava espressamente la propria contrarietà alla disposizione della misura di sostegno. Il Giudice Tutelare di Varese ha evidenziato, che ove una persona ancorché affetta da patologia fisica e/o psichica, sia in grado comunque di determinarsi e sia, dunque, ritenuta consapevole, ben può esprimere il proprio dissenso e la sua volontà è vincolante per il Giudicante (così Cass. Civ. 22602/2017).

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Locazione e canone in nero

Ai sensi dell’art. 1571 c.c., la locazione è “il contratto con il quale una parte si obbliga a far godere all’altra una cosa mobile o immobile, per un dato tempo, verso un determinato corrispettivo”.

Detto contratto è disciplinato, altresì, da leggi speciali: in particolare, la L. 431/1998 disciplina la locazione di immobili ad uso abitativo e la L. 392/1978 (abrogata in parte dalla L. 431/1998) disciplina le locazioni di immobili ad uso diverso dall’abitazione.

Il contratto si perfeziona con il semplice consenso legittimamente manifestato e produce effetti obbligatori tra le parti.

Sebbene il codice civile non prescriva una particolare forma per la conclusione d’un contratto di locazione (eccetto che per i contratti ultranovennali per cui è prevista la forma scritta a pena di nullità), le L.L. 431/98 e 392/78 prevedono, tuttavia, che ai fini della conclusione di un valido contratto la forma scritta, onde anche fornire una adeguata pubblicità all’atto. In difetto, il contratto è da ritenersi nullo e tale invalidità è rilevabile d’ufficio dal Giudice.

Scopo delle previsioni normative è quello di far emergere l’enorme numero di contratti c.d. in nero e contrastare l’evasione fiscale (cfr. anche Cass. Civ. SS.UU. n°18214/2015): le locazioni, infatti, sono sottoposte sia imposte dirette sia imposte indirette.

Il contrasto all’evasione fiscale è raggiunto anche con l’imposizione dell’obbligo, per il conduttore e per il locatore, di registrare qualunque contratto di locazione di beni immobili la cui durata ecceda i trenta giorni: la registrazione deve avvenire preso gli Uffici Territoriali dell’Agenzia delle Entrate entro il termine di trenta giorni successivi alla decorrenza dello stesso. In caso di mancata registrazione del contratto entro i termini di legge il contratto sarà affetto, ancora una volta, da nullità.

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione (cfr. Cass. SS.UU. n°23601/2017) sono più volte intervenute in materia, in primis chiarendo che l’omessa registrazione totale del contratto di locazione immobiliare, tale da rendere l’intero rapporto locatizio sconosciuto al fisco, comporta, come detto, la nullità dell’intero contratto per inadempimento dell’obbligo tributario, ancorché tale nullità sia sanabile retroattivamente per effetto dell’adempimento tardivo della formalità omessa.

In secondo luogo, le Sezioni Unite hanno affermato che nei casi in cui il canone effettivamente convenuto tra le parti sia di un importo superiore a quello riportato sul contratto d’affitto registrato – in tal caso si ha riguardo al c.d. “patto occulto di maggiorazione del canone” – ad essere affetto da nullità è solo il patto, e non già l’intero contratto, e non vi è possibilità di rimedi in sanatoria.

Nei casi di c.d. patto occulto di maggiorazione del canone è ragionevole chiedersi se e come recuperare l’eccedenza di canone versata in nero (extra rispetto al canone in chiaro convenuto).

Sullo specifico punto, l’art. 79 della L. 392/78 sancisce che il conduttore, entro sei mesi dalla riconsegna dell’immobile locato, da intendersi quale termine di decadenza, può chiedere la ripetizione delle somme indebitamente corrisposte in misura superiore al canone concordato.

La richiesta di restituzione delle somme, peraltro, può essere avanzata anche in tutti quei casi in cui il contratto non sia mai stato registrato: qualora sia stato il locatore ad imporre al conduttore di non procedere alla registrazione, esercitando sullo stesso una sorta di violenza morale al fine di indurlo ad omettere tale adempimento, il conduttore avrà diritto alla restituzione dell’eccedenza pagata; qualora, invece, il contratto in nero sia frutto dell’(illegittimo) accordo tra le due parti, il locatore, da un lato, potrebbe agire in giudizio per ottenere il rilascio dell’immobile occupato senza titolo, mentre il conduttore potrebbe essere ristorato parzialmente delle somme versate a titolo di canone nella misura eccedente a quella del canone concordato.

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Diritto Civile

Il piano di ristrutturazione dei debiti del consumatore

La ristrutturazione dei debiti è una procedura per la composizione della crisi da sovraindebitamento introdotta dal Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza (CCII) in sostituzione dell’istituto del piano del consumatore di cui alla legge n. 3/2012.

Lo scopo del procedimento (al pari del concordato minore e della liquidazione controllata) è l’esdebitazione, ossia la liberazione dai debiti residui non soddisfatti: trattasi infatti di uno strumento giuridico mediante il quale è possibile rinegoziare i debiti e vedersi riconosciuto il diritto di pagarli diversamente da come inizialmente previsto, oppure di non pagarne una parte.

La procedura è riservata esclusivamente al consumatore definito dall’art. 2, lett. e), del CCII, quale persona fisica che agisce per scopi estranei all’attività imprenditoriale, commerciale, artigiana o professionale eventualmente svolta -anche se socia di una s.n.c., di una s.a.s. o di una s.a.p.a.-. Il sovraindebitamento rappresenta la condizione di crisi od insolvenza di un soggetto che non riesce a ripianare le obbligazioni assunte con istituti bancari e finanziari (es. mutui e presiti personali), pubbliche amministrazioni (Agenzia Entrate), fornitori o privati (es. debiti condominiali).

Per usufruire di tale strumento il consumatore non deve esser già stato esdebitato nei cinque anni precedenti la domanda od aver già beneficiato dell’esdebitazione per due volte, ovvero aver determinato la situazione di sovraindebitamento con colpa grave, malafede o frode.

La domanda di accesso alla procedura deve essere presentata presso il Tribunale del luogo in cui il debitore ha il centro principale dei suoi interessi tramite l’ausilio di un Organismo di composizione della crisi (OCC); detto Organismo ha altresì il compito di redigere una relazione – da allegare alla domanda introduttiva – contenente: l’indicazione delle cause dell’indebitamento; le ragioni dell’incapacità del debitore a soddisfare le obbligazioni; l’attendibilità dei documenti a supporto della richiesta; i presumibili costi della procedura.

La proposta di ristrutturazione deve indicare tempi e modalità per superare la crisi economica e può prevedere il soddisfacimento – anche parziale e differenziato – dei crediti in qualsiasi forma. Tra i debiti da rinegoziare è possibile indicare anche quelli derivanti da contratti di finanziamento con cessione del quinto dello stipendio, del TFR o della pensione.

La ristrutturazione dei debiti è prevista anche in ambito familiare (art. 66 CCII) e, a differenza del concordato minore, non è sottoposta all’approvazione dei creditori insoddisfatti soggiacendo unicamente alla valutazione e controllo del Tribunale in composizione monocratica. Non è quindi necessario il voto favorevole della maggioranza dei creditori per ottenere l’esdebitazione, essendo a tal fine sufficiente solo che il piano venga omologato dal Giudice e che il debitore dia corretta esecuzione allo stesso.

Se il Tribunale ritiene ammissibile la domanda dispone con decreto la pubblicazione di proposta e piano sul sito web del Tribunale o del Ministero di Giustizia nonché la comunicazione di questi ai creditori entro 30 giorni; quest’ultimi hanno 20 giorni per proporre eventuali osservazioni.

Dal decreto di apertura della procedura possono conseguire rilevanti effetti.

Se il debitore lo richiede, vengono disposte le seguenti misure protettive del suo patrimonio: divieto di compiere atti di straordinaria amministrazione se non preventivamente autorizzati; sospensione dei procedimenti di esecuzione forzata che pregiudicherebbero la fattibilità del piano; divieto di azioni esecutive e cautelari sul patrimonio del consumatore.

Il giudice omologa il piano con sentenza previa verifica dell’ammissibilità giuridica e fattibilità economica dello stesso e dopo la risoluzione di ogni questione, disponendone, ove necessario, la trascrizione a cura dell’OCC. In caso di diniego all’omologazione il tribunale dichiara l’inefficacia delle misure protettive eventualmente accordate e, su domanda del debitore (e, in caso di frode, su istanza del P.M. o di un creditore), dispone la conversione in liquidazione controllata se ne ricorrono i presupposti di legge.

Con la sentenza di omologazione e chiusura della procedura si avvia la fase di esecuzione che compete al debitore il quale, sotto la vigilanza dell’OCC, deve provvedere al compimento degli atti previsti nel piano ed ai pagamenti -od alle altre forme di adempimento- a favore dei creditori previsti nella proposta.

Eseguito correttamente il piano, l’OCC ne certifica la corretta esecuzione mediante presentazione di una relazione finale al Giudice; diversamente, in caso d’inadempimento agli obblighi ivi previsti (e negli altri casi previsti dall’art. 72 CCII) il Giudice revoca d’ufficio – o su istanza di un creditore, del pubblico ministero o di qualsiasi altro interessato – l’omologazione del piano in contraddittorio con il consumatore.

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Il concordato minore

Il concordato minore (già noto come accordo di composizione della crisi) è l’omologo della composizione negoziata della crisi d’impresa, ricorribile da soggetti, escluso il consumatore, che non sono assoggettabili alla liquidazione giudiziale ovvero a liquidazione coatta amministrativa o ad altre procedure liquidatorie previste dal codice civile o da leggi speciali in caso di crisi o insolvenza.

Tale rimedio, a disposizione del professionista, dell’imprenditore minore, dell’imprenditore agricolo, delle start-up innovative di cui al decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179, e dei sovraindebitati, permette di ridurre il debito formulando una proposta ai creditori, per tramite d’un Organismo di Composizione della Crisi (OCC), in tutti quei casi in cui essa consenta di proseguire l’attività imprenditoriale o professionale o, ancora, in tutti quei casi in cui vi sia l’intervento di risorse esterne che forniscano garanzia di continuazione dell’attività e la soddisfazione dei creditori in misura maggiore rispetto a quanto questi potrebbero ottenere ricorrendo ad altri strumenti.

La domanda si presenta a un Organismo di Composizione della Crisi presente nel circondario del Tribunale competente (se non vi sono Organismi, le funzioni sono esercitate da professionisti in possesso di specifici requisiti, nominati dal Presidente del Tribunale, individuati tra gli iscritti all’albo dei gestori delle crisi).

Non è previsto un contenuto minimo della proposta di concordato, salva la fissazione di modalità e tempi entro i quali si presume di poter superare la situazione di squilibrio patrimoniale e/o economico-finanziario.

Alla domanda deve essere acclusa una relazione dettagliata predisposta dall’Organismo con l’indicazione delle cause dell’indebitamento e della diligenza adottata nell’assumere obbligazioni, le ragioni che hanno determinato l’inadempienza debitoria agli impegni assunti, l’esistenza di atti del debitore impugnati dai creditori, una valutazione sull’attendibilità e conformità dei documenti ricevuti dal debitore, una valutazione sulla convenienza del concordato rispetto ad altri istituti, una indicazione dei costi del procedimento nonché modalità e tempi, in caso di previsione positiva, di soddisfazione dei creditori e, infine, l’eventuale formazione di classi di creditori ove indicata nella proposta.

Il procedimento si svolge avanti al Tribunale in composizione monocratica.

La domanda viene dichiarata inammissibile nel caso in cui manchi la documentazione obbligatoria, qualora il debitore abbia dimensioni tali da eccedere i limiti di accesso all’istituto o, infine, qualora abbia già ricorso all’esdebitazione per due volte.

Il Giudice, valutata la domanda come ammissibile, dichiara aperta la procedura e ordina la comunicazione della proposta a tutti i creditori.

Con il decreto il Giudicante assegna anche un termine ai creditori, non superiore a trenta giorni, per poter esprimere all’Organismo l’eventuale adesione alla proposta formulata e presentare osservazioni.

Quale garanzia del debitore, su istanza dello stesso, il Giudice, sino all’omologa del concordato, può disporre che non siano iniziate o proseguite azioni esecutive, sequestri conservativi o, ancora, acquistati diritti di prelazione sul patrimonio del debitore da parte di creditori aventi titolo anteriore.

Con medesimo decreto, il Giudice nomina un commissario giudiziale affinché i) svolga, a partire da quel momento, le funzioni dell’Organismo nel caso in cui sia stata disposta la sospensione generale delle azioni esecutive individuali e la nomina appaia necessaria per tutelare gli interessi delle parti, ii) sia stata proposta domanda di concordato in continuità aziendale, iii) sia stata richiesta la nomina da parte del debitore.

L’Organismo è onerato dell’esecuzione del decreto.

Qualunque atto compiuto dal debitore che ecceda l’ordinaria amministrazione e sia effettuato senza alcuna autorizzazione del Giudice è inefficace nei confronti dei creditori anteriori al momento in cui è stata effettuata pubblicità del provvedimento.

Il concordato minore è approvato da tanti creditori che rappresentino la maggioranza dei crediti ammessi al voto.

Il Tribunale, verificata la ammissibilità e la fattibilità del piano, nonché il raggiungimento delle percentuali di cui sopra, in mancanza di contestazioni, omologa il concordato minore con sentenza, disponendo forme adeguate di pubblicità e, se necessario, la trascrizione e dichiara chiusa la procedura.

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La composizione negoziata della crisi

La composizione negoziata della crisi d’impresa è un istituto disciplinato dal Codice della Crisi di Impresa e dellInsolvenza. Si tratta di uno strumento di sostegno alle imprese, di facile accessibilità, il cui fine è quello di sostenere l’imprenditore e l’attività da questi svolta qualora essa versi in uno stato di fisiologico stallo, consentendo di non rimanere passivi e subire un potenziale declino societario ma, al contrario, di attivarsi per risanare limpresa e agire per la continuità aziendale, riportando la società ad un livello di sana competitività in tempi rapidi.

Il rimedio è volontario ed il ricorso ad esso è rimesso alla libera valutazione dell’imprenditore.

Scopo del procedimento di composizione negoziata è quello di intraprendere un percorso di negoziazione con i creditori sociali che possa terminare, auspicabilmente, con la sottoscrizione d’un accordo sostenibile che scongiuri l’apertura di procedure concorsuali e ristrutturi il debito societario ripristinando così la stabilità economico-finanziaria.

L’imprenditore è assistito, nell’ambito della procedura, da un professionista (c.d. esperto), che lo supporta nelle scelte strategiche maggiormente delicate. Le scelte aziendali ordinarie e straordinarie, ove non strategicamente rilevanti, però, sono sempre intraprese dall’imprenditore autonomamente.

Al procedimento di composizione negoziata possono ricorrere tutte le imprese iscritte nel Registro Imprese, comprese le ditte individuali e le società agricole, che versino in una situazione di concreto ed obiettivo, ancorché temporaneo, squilibrio patrimoniale o dissesto economico-finanziario che, potenzialmente, potrebbe portare ad uno stato di crisi o all’insolvenza.

Il procedimento si può avviare con il deposito d’una istanza presso la CCIAA competente, sia nella fase antecedente alla vera e propria crisi, sia durante la crisi, sia quando la società è già in stato di insolvenza: presupposto imprescindibile, però, è che sia concretamente attuabile e perseguibile l’obiettivo del risanamento societario. Diversamente, il deposito dell’istanza è precluso sin dall’inizio.

I soggetti coinvolti nella procedura sono tre: l’imprenditore, che dà impulso al procedimento di composizione depositando l’istanza, l’esperto, che è individuato all’interno d’un elenco presente presso la CCIAA di ogni capoluogo di regione, ed i creditori sociali.

In particolare, l’esperto è un soggetto terzo ed imparziale, di comprovata esperienza, equidistante dalle parti coinvolte, a cui è attribuita anche una funzione di “garanzia” del corretto comportamento dell’impresa (debitrice) di fronte ai creditori sociali. È il soggetto che stimola gli accordi, facilita le trattative e dirige le negoziazioni tra l’impresa, i creditori e gli altri eventuali soggetti coinvolti (intera compagine sociale, azionisti, titolari di quote etc.).

Con riguardo alla procedura, come detto, la stessa prende le mosse con il deposito da parte dell’imprenditore (legale rappresentante) dell’istanza di nomina dell’esperto presso la CCIAA di riferimento.

A tal fine, è necessario avvalersi dell’apposita piattaforma sulla quale, peraltro, sono messe a disposizione anche le linee guida e le migliori pratiche da seguire per la predisposizione del piano di ristrutturazione del debito, corredate da un test pratico, non obbligatorio ma vivamente consigliato, funzionale ad una preliminare verifica di astratta perseguibilità del piano di risanamento societario.

Sulla piattaforma, infine, è presente anche un protocollo contenente le linee guida da adottarsi in sede di trattative finalizzate alla composizione.

All’istanza vanno allegate la documentazione obbligatoria richiesta ed una descrizione minuziosa dell’impresa e dell’attività da essa esercitata, nonché una panoramica riepilogativa delle difficoltà in cui l’impresa versa e delle scelte strategiche che si intendono attuare al fine del risanamento societario.

Depositata l’istanza, una commissione formata da tre membri nomina l’esperto.

L’esperto, ultimata la procedura, deposita la relazione finale con cui elenca analiticamente l’attività svolta e le possibili soluzioni emerse all’esito delle trattative con i creditori che potrebbero sopperire agli squilibri economico-finanziari.

Ove le risultanze della relazione siano positive, l’imprenditore è ammesso a concludere contratti con i creditori.

Ove le risultanze della relazione, invece, siano negative, la procedura viene archiviata e l’imprenditore è legittimato solo ad attivare le ulteriori procedure giudiziali previste in caso di crisi dell’impresa.

Al momento di pubblicazione dell’istanza di nomina dell’esperto nel Registro Imprese, l’imprenditore ha facoltà di richiedere misure protettive del patrimonio aziendale.

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Il prestito tra privati legati da rapporto di parentela

TRIBUNALE DI VARESE, SENT. N. 355/2023 e SENT. 453/2023

Il prestito tra privati, anche legati da rapporto di parentela, è istituto giuridico riconducibile allo schema normativo del contratto di mutuo (artt. 1813 ss c.c.).

La consegna del denaro determina il perfezionamento dell’accordo, con la conseguenza che il mutuatario diviene proprietario del denaro – o altro bene – consegnato (art. 1814 c.c.), assumendo contestualmente l’obbligo di restituirlo al mutuante entro la scadenza pattuita (artt. 1816 e 1817 c.c.).

Il mutuo si presume oneroso in quanto il mutuatario, a titolo di corrispettivo, deve corrispondere gl’interessi al mutuante (art. 1815 c.c.): tali interessi, salvo diversa pattuizione, sono dovuti al tasso legale e non possono superare i tassi soglia di riferimento periodicamente aggiornati con decreto ministeriale.

Nulla vieta, però, che il mutuo sia concluso a titolo gratuito, cioè non siano dovuti interessi da parte di chi ha ricevuto il denaro, permanendo in tal caso in capo a costui solo un obbligo di restituzione.

Per la conclusione d’un contratto di prestito tra privati non è necessario alcun requisito di forma, essendo sufficiente anche il solo accordo verbale delle parti.

Sotto il profilo processuale, assume particolare rilievo l’ipotesi di mancata restituzione del danaro consegnato in forza di mutuo verbalmente stipulato tra parenti: in detti casi, il creditore-attore ha l’onere di provare l’avvenuta consegna ed il conseguente diritto ad ottenere la restituzione. Tale onere non viene meno neanche nel caso in cui la controparte inadempiente, pur ammettendo di aver ricevuto delle somme, dovesse eccepire che dette somme siano state consegnate ad altro titolo, diverso dal mutuo, e, quindi, di non essere gravata da alcun tipo di obbligo di restituzione.

L’obbligo di restituzione, infatti, segna il discrimine tra il mutuo e figure affini caratterizzate dall’assenza di doveri restitutori quali atti di liberalità (c.d. donazioni) o prestiti eseguiti in esecuzione di doveri morali o sociali, molto frequenti in ambito familiare (c.d. obbligazioni naturali).

Per evitare, dunque, che lo scambio di denaro risulti avvenuto a titolo donativo o in ossequio di un’obbligazione naturale – con conseguente rigetto della domanda restitutoria – spetta al creditore mutuante dimostrare, oltre all’avvenuta consegna della somma di cui già si è detto, anche che il rapporto contrattuale è da ricondursi al mutuo e non già ad altre figure contrattuali affini.

Sul punto, unarecente pronuncia del Tribunale di Varese (sentenza n. 355/2023) ha affermato, in linea con la costante giurisprudenza di legittimità, che chi chiede la restituzione di somme è tenuto a provare gli elementi costitutivi della domanda e, pertanto, non basta dimostrare l’avvenuta consegna del danaro, ma anche che tale consegna è stata effettuata per un titolo -il mutuo appunto- che implichi l’obbligo di restituzione, così da soddisfare l’onere della prova.

In un procedimento civile, terminato con affine decisione (sentenza n. 453/2023), il Tribunale Varesino ha ritenuto provata l’esistenza del mutuo orale tra parenti a fronte della produzione in giudizio delle distinte di bonifico recanti causale “prestito” (trattandosi di strumenti di pagamento tracciabili), nonché della dichiarazione d’un teste che ha confermato l’impegno assunto dai convenuti di restituire il prestito agli attori entro una determinata scadenza poi non rispettata. 

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Il problema delle irregolarità urbanistiche nella comunione ereditaria

CORTE DI APPELLO DI FIRENZE SENTENZA N. 434/2023

Quando ad una stessa persona sono chiamate a succedere più persone (coeredi) sui beni che formano l’asse ereditario si realizza una comunione, che prende il nome di comunione ereditaria la quale, a differenza della comunione ordinaria, è composta non da un solo diritto ma da una pluralità di diritti e doveri di diversa natura tra essi eterogenei (diritti reali, di credito, immateriali etc).

La comunione ereditaria si scioglie, e dunque cessa, con la divisione, le cui modalità possono essere previste dal testatore nel testamento oppure per accordo tra coeredi (c.d. divisione contrattuale) o, ancora, ove gli eredi si trovino in disaccordo, per opera del giudice (c.d. divisione giudiziale): sciogliendo la comunione il coerede diviene titolare esclusivo di una parte dei beni comuni rispondenti alla quota a lui spettante nello stato di comunione.

Ciascun coerede ha diritto di chiedere lo scioglimento della comunione ereditaria, sostanziandosi tale diritto in un diritto potestativo ed imprescrittibile e tutti i coeredi devono partecipare, a pena di nullità della divisione, alla stessa.

Alla divisione non può procedersi nei seguenti limitati casi: quando le parti, mediante accordo, abbiano deliberatamente deciso di rimanere nello stato di comunione (c.d. patto di indivisione); quando il testatore disponga il rinvio della divisione; quando il giudice abbia disposto la sospensione della divisione su richiesta di uno dei coeredi; ex lege, come nel caso di presenza nascituri.

Oggetto della divisione sono tutti i beni in comunione ereditaria anche se, su accordo dei coeredi, è possibile procedere ad una divisione parziale.

Fasi della divisione sono:

  • Formazione della massa ereditaria;
  • Stima dei beni;
  • Formazione del progetto di divisione;
  • Assegnazione o attribuzione delle porzioni concrete.

Cosa accade se tra i beni caduti in comunione ereditaria c’è un immobile per il quale è stata riscontrata una irregolarità urbanistica?

Sul tema si sono susseguite diverse interpretazioni giurisprudenziali: secondo un primo orientamento (ex multis Cass. Civ. n. 8147/2000), risalente, lo scioglimento della comunione ereditaria sarebbe invalido, essendo ravvisata, in ossequio all’art. 1418 comma 3 c.c., una nullità testuale; secondo altro orientamento (ex multis Cass. Civ. n. 2359/2013), opposto, la nullità comminata era da ricondursi all’alveo dell’art. 1418 comma 1 c.c. e, dunque, avrebbe dovuto essere trattata alla stregua d’una nullità sostanziale.

In seno a tale ultimo orientamento, poi, alcuni ritenevano che la presenza di un abuso portasse alla nullità del contratto per impossibilità dell’oggetto, altri per illiceità dell’oggetto.

Ancora, secondo altra giurisprudenza, dirimente era l’anno di costruzione del fabbricato, non essendo possibile comminare, alla stregua della interpretazione strettamente letterale della L. n. 47/1985 (oggi superata dal Testo Unico Edilizia), la sanzione della nullità per atti di scioglimento di comunione ereditaria avente ad oggetto fabbricati abusivi non sanati, costruiti prima dell’entrata in vigore di detta legge.

A comporre il contrasto sono intervenute, nel 2019, le sezioni unite della Corte di Cassazione (Cass. Civ. SS. UU. n. 8230/2019), affermando la linea interpretativa a mente della quale sono da leggersi in combinato disposto l’art. 17 e l’art. 40 della L. n. 47 del 1985 e, dunque, in tema di invalidità del contratto (di scioglimento della comunione ereditaria), sono da ritenersi nulli, ai sensi dell’art. 1418 comma 3 c.c. (nullità testuale), gli atti tra vivi, ivi compreso lo scioglimento della comunione, relativi a fabbricati, o parti di essi, in caso di assenza d’una specifica regolarizzazione e ciò, peraltro, indipendentemente dall’anno di edificazione dell’immobile.

Si registra, inoltre, una recente pronuncia della Corte di Appello di Firenze (Corte App. Firenze, sez. III, n. 434/2023) che chiarisce che, in presenza di abusi edilizi, il giudice non può disporre lo scioglimento della comunione (ordinaria o ereditaria che sia) senza la dichiarazione circa gli estremi della concessione edilizia e degli atti ad essa equipollenti, costituendo la regolarità edilizia del fabbricato una condizione dell’azione di divisione sotto il profilo della possibilità giuridica e non potendo la pronuncia del giudice realizzare un effetto maggiore e diverso rispetto a quello che è consentito alle parti nell’ambito della loro autonomia negoziale.

Tale mancanza, dunque, diviene rilevabile d’ufficio dal Giudicante in ogni stato e grado del procedimento.

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Assegno di mantenimento: il pagamento diretto del terzo obbligato

Tra le novità introdotte dal D.lgs. n. 149 del 10 ottobre 2022 (c.d. riforma Cartabia) vi è l’art. 473 bis.37 c.p.c. rubricato “pagamento diretto del terzo”. Tale norma ha uniformato la frammentaria disciplina di cui all’art. 8. L. n. 898/1970 -oggi abrogato-, all’art. 156 c.c. ed all’art. 3 L. n. 219/2012, facendo confluire in un’unica disposizione la disciplina riferita al diritto del creditore, al quale non è stato versato il contributo al mantenimento, ad ottenerne il pagamento diretto da parte del terzo.

La normativa previgente appariva disomogenea e mutevole a seconda che ci si trovasse nell’ambito della separazione, del divorzio o del contributo economico disposto in favore di figli nati fuori dal matrimonio. In particolare, precedentemente all’introduzione dell’articolo in commento, per ottenere il pagamento diretto dell’assegno di mantenimento stabilito in sede di separazione era necessario l’intervento del giudice mentre, in caso di divorzio o a tutela dell’assegno di mantenimento per figli di genitori non coniugati, era possibile attivare la procedura stragiudiziale prevista dall’art. 8 L. n. 898/1970.

La novella normativa in parola ha introdotto, dunque, un’unica procedura stragiudiziale analoga a quella di cui all’art. 8 della citata L. n. 898/1970, utilizzabile per dare attuazione a tutti i provvedimenti emessi in materia familiare (separazione, divorzio od afferenti alla prole nata fuori dal matrimonio).

Mediante tale rimedio è possibile ottenere il pagamento dei crediti derivanti dal contributo al mantenimento direttamente da un soggetto terzo il quale, a sua volta, è debitore dell’obbligato inadempiente. Trattasi di tutela avente funzione preventiva: riguarda le sole mensilità future che il terzo è tenuto a versare periodicamente al debitore principale (ad esempio in forza di un rapporto di lavoro o pensionistico) non escludendosi tuttavia le corresponsioni una tantum purché specificamente determinate.

L’iter è il seguente: i) il creditore del mantenimento (stabilito in favore suo o della prole) deve dapprima costituire in mora il debitore inadempiente; ii) successivamente, decorsi trenta giorni dalla costituzione in mora senza ricevere il pagamento, il beneficiario può notificare al terzo il provvedimento -o l’accordo di negoziazione assistita- che dispone l’assegno, con richiesta di versargli direttamente le somme dovute, dandone al contempo comunicazione all’obbligato originario.

Conseguentemente, dal mese successivo a quello della notifica della richiesta di pagamento diretto, il terzo è tenuto a pagare l’assegno sino alla concorrenza delle somme da esso dovute al debitore principale. S’instaura pertanto un vero e proprio rapporto di debito-credito tra il beneficiario dell’assegno ed il terzo tale per cui, laddove quest’ultimo a sua volta non dovesse adempiere al pagamento, il primo potrebbe promuovere azione esecutiva direttamente nei suoi confronti.

Ove al momento della notifica della richiesta il credito dell’obbligato verso il terzo sia già stato sottoposto a pignoramento da altri creditori, è previsto che all’assegnazione e ripartizione delle somme debba provvedere il Giudice della procedura esecutiva (ove il coniuge creditore potrà intervenire) tenuto conto della natura e finalità dell’assegno.

Elemento di discontinuità rispetto alla Legge Divorzile si ha nei casi di credito da rapporto di lavoro, ove il legislatore della riforma ha eliminato il limite della metà dell’importo complessivamente dovuto all’obbligato a titolo retributivo; limite -oggi venuto meno- oltre il quale, a mente della previgente disciplina il datore di lavoro non era tenuto ad effettuare il pagamento diretto al creditore del mantenimento.

Le modifiche introdotte dall’art. 473 bis.37 c.p.c. producono effetto a far data dal 28 febbraio 2023 e si applicano ai procedimenti instaurati successivamente.

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Diritto Civile

Vizi e difetti nell’appalto: termini per la tutela del committente

TRIBUNALE DI VARESE sentenza n. 533/2023

Con una recente pronuncia il Tribunale di Varese è tornato ad esprimersi in tema di appalto, sulle garanzie cui l’appaltatore è tenuto in favore del committente.

L’art. 1667 c.c. enuclea un rimedio di natura contrattuale esperibile nel caso in cui l’opera appaltata, una volta completata, presenti difformità e vizi ovvero sia stata realizzata in violazione delle prescrizioni pattuite o delle regole dell’arte.

Per ricorrere a tale rimedio il committente deve, a pena di decadenza, denunciare le anomalie riscontrate entro sessanta giorni dalla scoperta, nonché – in ipotesi – agire in giudizio entro il termine di prescrizione biennale dalla consegna del bene.

Al fine dell’operatività – o meno – di detta garanzia, riveste fondamentale importanza la distinzione tra difformità, vizi c.d. apparenti (conosciuti o riconoscibili) e vizi c.d. occulti (non riconoscibili): la garanzia, infatti, è operativa nelle sole ipotesi di vizi occulti.

In tal senso, una recente pronuncia del Tribunale di Varese (Sentenza n. 533/2023), ripercorrendo incidentalmente i principi generali in tema di contratto d’appalto, ha affermato, rifacendosi alla maggioritaria giurisprudenza di legittimità, che l’onere di denuncia ex 1667 c.c. è riferibile “ai soli vizi occulti e non a quelli palesi, posto che in quest’ultimo caso il committente, non accettata l’opera, non è tenuto ad adempimenti ulteriori, in quanto l’appaltatore, a seguito della mancata accettazione, può controllare l’esistenza di vizi ed eventualmente provvedere anche alla loro eliminazione”.

Qualora i vizi fossero palesi, dunque, si rientrerebbe del diverso caso di applicabilità dell’art. 1665 c.c., con la conseguenza che il committente potrebbe perdere il diritto alla garanzia se accettasse senza riserve l’opera affetta da difformità o vizi – da lui conosciuti o riconoscibili -, fatti salvi i soli casi in cui le anomalie fossero state in malafede sottaciute dall’appaltatore.

La richiamata pronuncia di merito, infine, ha rimarcato come il termine decadenziale di sessanta giorni inizi a decorrere “dalla percezione del nesso causale tra il segno esteriore del vizio e l’opera” o, in altri termini, da quando il committente matura un apprezzabile grado di conoscenza dei vizi e della loro derivazione causale dall’imperita esecuzione dei lavori compiuti dall’appaltatore.

Con riguardo alla tutela prevista e disciplinata dall’art. 1669 c.c., invece, la speciale garanzia per rovina e difetti di cose immobili integra un rimedio extracontrattuale, contemplato dal Legislatore per finalità d’interesse generale quali la stabilità, la solidità, l’efficienza, la durata dell’opera, la sicurezza e funzionalità degli edifici, nonché da ultimo, ma non per importanza, la tutela dell’incolumità dei cittadini.

I termini individuati dalla norma per far valere la responsabilità dell’appaltatore sono tre, tra loro interdipendenti (nel senso che la responsabilità non può essere fatta valere qualora anche solo uno di essi non sia rispettato): il primo, decennale, attiene al rapporto sostanziale tra committente ed appaltatore; il secondo, annuale, inerisce alla decadenza dalla garanzia, mentre il terzo integra un termine annuale di prescrizione dell’azione decorrente dal giorno in cui vengono denunciati i difetti.

Con riguardo al secondo, annuale, anche in questo caso esso decorre dal giorno in cui il committente raggiunge un apprezzabile grado di conoscenza oggettiva della gravità dei difetti e della loro derivazione causale dall’imperfetta esecuzione dell’opera.

Il Tribunale di Varese afferma che tale grado di conoscenza può essere immediato se si tratta di difetti palesi (quali cadute, rovine estese, etc..), mentre consegue all’acquisizione d’indagini tecniche in caso di difetti non evidenti.

In entrambe le fattispecie normative richiamate l’onere di provare la tempestività della denuncia grava sul committente (e non già sul costruttore), atteso che essa integra elemento costitutivo del diritto di garanzia e, quindi, rappresenta una condizione necessaria dell’azione.

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Appalti e diritti reali Diritto Civile

I termini per far valere la garanzia per vizi e difetti nell’appalto

CASSAZIONE CIVILE SEZ. II, 16/06/2022, N.19343

La garanzia per i vizi e difetti a cui è tenuto l’appaltatore è regolata da precisi limiti temporali.

La regola generale, dettata dall’art. 1667 c.c., individua due momenti.

Il primo: il committente deve, a pena di decadenza, denunziare all’appaltatore le difformità o i vizi entro sessanta giorni dalla scoperta. La denuncia non è necessaria se l’appaltatore ha riconosciuto le difformità o i vizi o se li ha occultati.

Si può parlare di scoperta, momento da cui decorrono i sessanta giorni, quando “il committente abbia conseguito un apprezzabile grado di conoscenza oggettiva della gravità dei difetti e della loro derivazione causale dall’imperfetta esecuzione dell’opera, non essendo sufficienti, viceversa, manifestazioni di scarsa rilevanza e semplici sospetti” (Cassazione civile sez. II, 31/05/2011, n. 12030).

La Cassazione ha tuttavia chiarito che “per la piena e completa conoscenza dei vizi e delle loro cause non è necessario che, ai fini della denuncia, sia previamente espletato un accertamento peritale, qualora i vizi medesimi, anche in assenza o prima di esso, presentino caratteri tali da poter essere individuati nella loro esistenza ed eziologia” (Cassazione civile sez. II, 16/06/2022, n. 19343)

Il secondo: il diritto del committente al risarcimento si prescrive se, a seguito della tempestiva denuncia, non agisce contro l’appaltatore entro due anni dal giorno della consegna dell’opera.

La prescrizione invece non opera in un caso particolare, ovvero quanto il committente è citato in giudizio da parte dell’appaltatore (il che spesso avviene per ottenere il pagamento del corrispettivo). Infatti in questo caso il committente può sempre far valere la garanzia, purché le difformità o i vizi siano stati denunziati entro sessanta giorni dalla scoperta e prima che siano decorsi i due anni dalla consegna.

Vi è poi una regola speciale, prevista dall’art. 1669 c.c., che riguarda solo gli immobili: se nel corso di dieci anni dal compimento, l’opera, per vizio del suolo o per difetto della costruzione, rovina in tutto o in parte, ovvero presenta evidente pericolo di rovina o gravi difetti, l’appaltatore è responsabile nei confronti del committente e dei suoi aventi causa, purché sia fatta la denunzia entro un anno dalla scoperta.

In questo caso, però, il committente deve agire entro un anno dalla denunzia, pena la prescrizione del diritto.